Riferendosi all'importanza dell'opera del Maestro da poco scomparso, De Giovanni disse che Camilleri aveva nobilitato un genere letterario, quello poliziesco, a torto ritenuto minore, profondendo nelle sue opere l'amore per la sua terra, magistralmente descritta, e un impegno civile mai sopito, neppure negli ultimi anni della sua vita; per cui, a ragione, bisognerebbe parlare del romanzo "giallo" prima di Camilleri (a.C.) e dopo Camilleri (d.C.), senza correre il rischio di risultare blasfemi.
Al solito, tutto comincia con un fatto di sangue, con una ragazza morta in un apparente incidente stradale, scoperto dallo stesso commissario mentre fa ritorno a Vigata dopo essere andato a prendere la sua bella fidanzata genovese all'aeroporto.
Le cause dell'incidente non convincono Montalbano a causa di alcune incongruenze e stranezze riscontrate, per cui egli comincia a indagare e le indagini che conduce lo portano a scoprire reati di altra grave natura dei quali l'incidente costituisce solo un episodio (non rivelo altro della trama per non togliere suspence alla storia, qualora il lettore volesse vedere l'episodio disponibile nella videoteca di Rai Play).
Diversi sono a mio parere gli elementi che rendono così originali e affascinanti i romanzi di Camilleri e che ne spiegano il successo letterario e televisivo:
- il fatto di sangue e le conseguenti indagini sono solo l'espediente che tiene avvinto il lettore alla storia, ma in realtà il racconto vive di vita propria, con l'accurata descrizione di personaggi di una commedia umana che accompagna e spesso risulta anche più interessante dello stesso intreccio poliziesco;
- l'omicidio, per la sua gravità, costituisce una sorta di grimaldello che fa saltare la patina di perbenismo e la maschera che gli uomini abitualmente indossano nella vita sociale (secondo la lezione di Luigi Pirandello, altro grande scrittore agrigentino), mettendo a nudo la loro vera natura, fatta di luci e di ombre, di slanci di generosità e altruismo (raramente), ma anche di bassezze, meschinità e gelosie dettate da cieco egoismo (molto più spesso);
- i personaggi di Camilleri "parlano con la loro voce", nel senso che usano un linguaggio legato al loro status sociale (il pastore parla una lingua povera infarcita di espressioni dialettali, così come l'impiegato pubblico parla il burocratese) e ciò rende realistico (direi "veristico", sull'esempio dell'opera di un altro siciliano, Giovanni Verga) il racconto;
- il paesaggio è descritto con dovizia di particolari, nei quali traspare l'amore di Camilleri per la sua terra, in qualche modo "bella e maledetta", che ha conosciuto i fasti di una remota età dell'oro con Federico II, ma poi in costante declino, fino alla drammatica situazione degli ultimi due secoli (mi viene da dire illo tempore aurea, nunc horrida specus, parafrasando il commento di un visitatore medievale alla vista delle rovine della domus aurea neroniana);
- infine, Camilleri lega sempre il suo racconto di fantasia ad un contesto reale e ciò lo rende unico.
Prima di lasciare con grande dolore la sua città, compie un ultimo giro in macchina, quasi a imprimersi nella mente quei posti della sua infanzia di bambino e di poliziotto da adulto, ma trova con grande sorpresa le strade vuote, chiusi i negozi, sguarnito persino l'ingresso del commissariato: tutti sono chiusi in casa o in ufficio a vedere alla televisione i servizi giornalistici sulla strage di Capaci appena compiuta.
Allora il commissario ritorna nel suo ufficio e telefona alla fidanzata, chiedendole se ha saputo che cosa è appena successo; la stessa compagna gli dice che deve rimanere lì, a combattere per la sua terra.
Già nel corso dell'episodio, sapientemente lo scrittore (che è stato anche sceneggiatore della serie televisiva) e il regista avevano preparato il lettore-spettare, facendo intravedere alcune immagini trasmesse in TV di un'intervista a Giovanni Falcone e dell'invettiva di Totò Cuffaro, allora presidente della Regione Sicilia, contro i magistrati che infangavano la sua terra, parlando solo di attività criminali e di inesistenti collusioni politico-mafiose.
Anche in questo sta la grandezza di Camilleri scrittore, capace di legare il racconto in modo elegante e poco invasivo alla realtà della sua terra, alle tragedie che ripetutamente l'hanno colpita, da Portella della Ginestra in poi, per limitarci alla sola storia dell'Italia repubblicana.
Si comprende che siamo lontani anni luce dai "rebus con delitto" di Agatha Christie e di Ellery Queen, ma anche dai più recenti Michael Connelly e Robert Crais, pure scrittori di talento di crime stories.
Per cercare qualcosa di simile a livello mondiale, bisogna risalire a Ed McBain (al secolo Salvatore Lombino, americano di origini italiane, con nonni siciliani e lucani); in Italia, forse quello che più si avvicina a Camilleri è proprio Maurizio De Giovanni, con le sue splendide descrizioni della vecchia Napoli del periodo fascista (con i casi del Commissario Ricciardi) e dell'attuale città partenopea, faro ormai spento nelle storie de I bastardi di Pizzofalcone.
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