sabato 18 luglio 2020

13 - Trattativa Stato-Mafia

Il 20 Aprile 2018, la Corte d'Assise di Palermo, Sezione II, ha emesso la sentenza di primo grado (è in corso l'appello) contro i vertici del ROS dell'Arma dei Carabinieri e alcuni politici per il reato di cui all'art.338 del Codice Penale: Minaccia a un corpo politico dello Stato.
Secondo tale sentenza, risulta provato che all'inizio degli anni '90 del secolo scorso, le stragi compiute da Cosa nostra costituirono l'arma ricattatoria con cui la mafia costrinse alcune forze politiche, che proprio in quegli anni subentravano a DC e PSI spazzati via da Mani pulite, a stipulare una sorta di patto di mutuo soccorso: l'appoggio elettorale di Cosa nostra e la cessazione della strategia stragista in cambio di una mano più leggera nel contrasto all'organizzazione mafiosa, incluso un regime meno restrittivo per i boss finiti in carcere.
Come scritto sopra, è in corso il Processo di Appello, per cui le pesanti condanne riportate dai protagonisti di tale trattativa (principali condannati: generale Mario Mori, generale Antonio Subranni, colonnello Giuseppe De Donno, ex senatore di Forza Italia Marcello Dell'Utri) dovranno essere verificate nel secondo grado di giudizio.
  1. E' un fatto però che, a seguito della chiusura di tale trattativa dimostrata in primo grado, le stragi cessarono.
  2. E' un fatto che le stragi dell'epoca vennero rivendicate da una sedicente Falange Armata, con telefonate che partirono tutte dalle sedi periferiche del SISMI in Italia, come appurato da un'indagine del SISDE ordinata dal Presidente del CESIS, Francesco Paolo Fulci.
  3. E' un fatto che i magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino vennero eliminati insieme con i loro uomini di scorta proprio perché combattevano senza compromessi Cosa nostra.
  4. E' un fatto che il covo dove fu catturato Totò Riina non venne perquisito al momento dell'arresto del boss, offrendo così la possibilità di far sparire documenti probabilmente compromettenti per alcuni vertici politici e militari dello Stato.
  5. E' un fatto che alcuni vertici del SISMI avevano ottenuto l'illecito permesso di fare visita ai boss mafiosi sottoposti al regime di carcere duro previsto dall'art.41bis dell'ordinamento penitenziario italiano, senza lasciare traccia nei registri delle visite degli istituti di pena dove i boss erano detenuti.
Sulla base di questi fatti, si comprende bene per quale motivo il magistrato Nino Di Matteo, Pubblico Ministero nel processo di cui alla sentenza del 20 Aprile 2018, non abbia avuto la promessa nomina alla direzione del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria (sarebbe stato di intralcio a queste illecite frequentazioni).
Data l'enorme importanza dell'affare in corso tra alcuni uomini delle istituzioni e boss mafiosi, si comprende anche come mai, a trenta anni di distanza, il delitto di Antonino Agostino (ucciso insieme alla moglie e al bimbo che aspettava) e la scomparsa del suo collega Emanuele Piazza restino ancora irrisolti.  

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