Accanto all’uso di forme sincopate e di neologismi (spesso dall’etimo incerto) nei settori informatico e tecnologico, perdura anche, con ostinazione, l’abitudine pseudo-dotta (o meglio, il vizio) di impiegare termini e locuzioni in latino in ambito legale.
Premesso che ritengo che chi usa “NIMBY” (acronimo di Not In My Back Yard, cioè "non nel mio giardino") o “performante” (efficace) abbia lo stesso quoziente intellettivo e soprattutto la stessa volontà di chiarezza di chi usa “de cuius” per indicare un defunto (dalla frase “de cuius hereditate agitur”, ossia "dell’eredità del quale si tratta"), in ambito legale questo vizio del “latinorum” alla Azzeccagarbugli si rivela molto pericoloso, perché rende oscure norme di legge che invece dovrebbero essere comprensibili a tutta la gente, al popolo che è sovrano, non suddito:
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione. - (art.1 Costituzione della Repubblica Italiana).
Fa specie che in un’epoca nella quale persino la Chiesa di Roma (non certo una associazione rivoluzionaria) ha abbandonato da decenni il latino nella celebrazione delle funzioni religiose, si continui ad usarlo (per di più a sproposito) in un settore che dovrebbe garantire la democrazia nel nostro Paese (piccola annotazione: i nostri Padri Costituenti, dopo aver scritto la Costituzione della Repubblica Italiana, prima di pubblicarla, affidarono il testo ad un gruppo di linguisti affinché lo rendessero semplice e comprensibile a tutti, oltre a migliorarne lo stile).
Una spiegazione di questi vizi duri a morire c’è: taluni settori e categorie tendono a rendere esoterico il proprio linguaggio (impropriamente definito “tecnico”) seguendo il principio che “l’ignoranza dei molti è il privilegio di pochi”; in altri termini, “il popolo meno sa, meglio sta”.
Si tratta di uno degli strumenti più subdoli ed efficaci (proprio perché subdolo) per cui i servitori dello Stato diventano spesso comandanti del popolo.
Riporto alcuni aneddoti reali che possono dare un'idea chiara di ciò che ritengo importante.
Tempo fa, su richiesta dell'interessato e a titolo gratuito, diedi delle ripetizioni di Fisica a un signore che doveva partecipare a un concorso; mi accorsi che il suddetto scriveva peggio di come parlava (e non è che avesse un eloquio da Accademia della Crusca!); quando gli feci presente la cosa, mi rispose che non era poi così importante, secondo lui, usare le parole giuste per definire i termini di un discorso, anche se di natura tecnica, perché chi leggeva il suo scritto comunque avrebbe capito. Nulla di più sbagliato e per cercare di fargli capire il concetto, gli feci un esempio tratto dalla meccanica pratica, cosa di cui era appassionato e anche capace. Gli dissi che le parole sono un po' come le chiavi che si usano per stringere e allentare i bulloni: gli sarebbero riuscite tali operazioni usando una chiave non dello stesso diametro del dado, ossia, è possibile stringere o allentare un dado del 12 con una chiave del 14 e viceversa?
Riflettette per qualche giorno sulla cosa e poi mi disse che effettivamente avevo ragione.
Alcuni anni fa, la mia brava avvocatessa di Torino con la quale ho vinto tutte le cause civili di recupero crediti, scrisse una richiesta di anticipazione di udienza, sollecitando direttamente il Presidente del Tribunale a intervenire, considerata la tattica chiaramente dilatoria adottata dalla controparte e tollerata dal giudice del processo civile.
Oltre agli abbondanti appellativi introduttivi ("Alla S.V. Illustrissima etc. etc.") che mi riportarono alla mente le "gride" del Manzoni ne I promessi sposi, l'avvocatessa usò l'espressione "si insta alla S.V. Ill.ma etc. etc.", a me ignota.
Andai a cercare sullo Zingarelli e il verbo instare, intransitivo, effettivamente esiste e significa "si fa istanza"; solo che, accanto al lemma, compariva una piccola croce latina che indicava trattarsi di un termine ormai in disuso, come confermava l'esempio riportato di una frase del Sarpi: questo signore, un dotto frate commentatore del Machiavelli (è sua la frase "il fine giustifica i mezzi", erroneamente attribuita al filosofo fiorentino), credo che sia stato tra gli ultimi a usare quel verbo...
Infine, consentitemi una piccola volgarità, utile a far capire il concetto.
Un giorno parlavo in tribunale con un simpatico e arguto agente librario (sono stato per qualche tempo tra i suoi migliori clienti) e gli dicevo che il Diritto, materia per me nuova, richiedeva un'estrema precisione linguistica, persino nella punteggiatura.
L'agente non solo ne convenne, ma qualche giorno dopo mi inviò su WhatsApp un esempio chiarissimo sull'importanza della punteggiatura, probabilmente da lui scovato su internet.
Premetto che il suddetto agente è persona di spirito e, pur non essendo ormai negli anni più verdi, sente ancora il richiamo della foresta come Zanna Bianca.
Nell'esempio che mi inviò c'era la foto di un signore girato per tre quarti di spalle che scrutava l'orizzonte, con accanto questa frase:
Subito dopo, la scritta "l'importanza della virgola" introduceva una seconda frase in tutto simile alla prima, tranne che per una virgola:
Riporto alcuni aneddoti reali che possono dare un'idea chiara di ciò che ritengo importante.
Tempo fa, su richiesta dell'interessato e a titolo gratuito, diedi delle ripetizioni di Fisica a un signore che doveva partecipare a un concorso; mi accorsi che il suddetto scriveva peggio di come parlava (e non è che avesse un eloquio da Accademia della Crusca!); quando gli feci presente la cosa, mi rispose che non era poi così importante, secondo lui, usare le parole giuste per definire i termini di un discorso, anche se di natura tecnica, perché chi leggeva il suo scritto comunque avrebbe capito. Nulla di più sbagliato e per cercare di fargli capire il concetto, gli feci un esempio tratto dalla meccanica pratica, cosa di cui era appassionato e anche capace. Gli dissi che le parole sono un po' come le chiavi che si usano per stringere e allentare i bulloni: gli sarebbero riuscite tali operazioni usando una chiave non dello stesso diametro del dado, ossia, è possibile stringere o allentare un dado del 12 con una chiave del 14 e viceversa?
Riflettette per qualche giorno sulla cosa e poi mi disse che effettivamente avevo ragione.
Alcuni anni fa, la mia brava avvocatessa di Torino con la quale ho vinto tutte le cause civili di recupero crediti, scrisse una richiesta di anticipazione di udienza, sollecitando direttamente il Presidente del Tribunale a intervenire, considerata la tattica chiaramente dilatoria adottata dalla controparte e tollerata dal giudice del processo civile.
Oltre agli abbondanti appellativi introduttivi ("Alla S.V. Illustrissima etc. etc.") che mi riportarono alla mente le "gride" del Manzoni ne I promessi sposi, l'avvocatessa usò l'espressione "si insta alla S.V. Ill.ma etc. etc.", a me ignota.
Andai a cercare sullo Zingarelli e il verbo instare, intransitivo, effettivamente esiste e significa "si fa istanza"; solo che, accanto al lemma, compariva una piccola croce latina che indicava trattarsi di un termine ormai in disuso, come confermava l'esempio riportato di una frase del Sarpi: questo signore, un dotto frate commentatore del Machiavelli (è sua la frase "il fine giustifica i mezzi", erroneamente attribuita al filosofo fiorentino), credo che sia stato tra gli ultimi a usare quel verbo...
Infine, consentitemi una piccola volgarità, utile a far capire il concetto.
Un giorno parlavo in tribunale con un simpatico e arguto agente librario (sono stato per qualche tempo tra i suoi migliori clienti) e gli dicevo che il Diritto, materia per me nuova, richiedeva un'estrema precisione linguistica, persino nella punteggiatura.
L'agente non solo ne convenne, ma qualche giorno dopo mi inviò su WhatsApp un esempio chiarissimo sull'importanza della punteggiatura, probabilmente da lui scovato su internet.
Premetto che il suddetto agente è persona di spirito e, pur non essendo ormai negli anni più verdi, sente ancora il richiamo della foresta come Zanna Bianca.
Nell'esempio che mi inviò c'era la foto di un signore girato per tre quarti di spalle che scrutava l'orizzonte, con accanto questa frase:
Nella vita non ho nessuno scopo e sono felice.Frase indubbiamente di senso compiuto, anche se difficilmente condivisibile, almeno per me che non riesco a capire come si possa essere felici mancando qualsiasi progetto o programma di vita o obiettivo da raggiungere.
Subito dopo, la scritta "l'importanza della virgola" introduceva una seconda frase in tutto simile alla prima, tranne che per una virgola:
Nella vita non ho nessuno, scopo e sono felice.L'importanza, appunto, della punteggiatura.
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