domenica 28 giugno 2020

10 - Il processo per l'investimento di una capra (da "Viale dei Giardini")

Siamo giunti al decimo post e, prima di affrontare prossimamente il caso di Ustica di cui è ricorso il quarantesimo anniversario nei giorni scorsi, concediamoci una pausa e sorridiamo (di riso amaro, però) con un episodio tratto dal mio racconto del 2017 "Viale dei Giardini".
Il maresciallo Pantano sta indagando sull'omicidio di un insegnante di Educazione fisica della locale scuola media e si reca in Procura per conferire con il P.M. assegnatario delle indagini sul caso.
In cancelleria gli dicono che il P.M. è impegnato in un processo presso il Tribunale, al quale la Procura è annessa, per cui il Maresciallo va nell'aula che gli è stata indicata e aspetta che si concluda l'udienza per poter parlare con il P.M.; intanto assiste ad un'udienza che ha dell'incredibile.
Dirò con il compianto maestro Camilleri(*) che fatti, luoghi e personaggi sono frutto di fantasia, reale è invece il contesto che li ha ispirati.

(*) A Camilleri inviai la bozza finale del romanzo per avere il suo parere; mi rispose una signora del suo staff, scrivendomi che il maestro, ormai cieco, non era in grado purtroppo di leggere il mio scritto, ma che mi augurava la miglior fortuna: forse anche grazie al suo augurio, il libro ha avuto apprezzamenti positivi, ben oltre le mie aspettative.

Pantano uscì dalla caserma e si diresse verso il Palazzo di Giustizia, per riferire sull’esito delle indagini, condotte fino ad allora, al Sostituto Procuratore Romano, prima della pausa-pranzo delle 14:00. Alla cancelleria penale, un addetto lo informò che il dott. Romano era nell’aula “A” del tribunale, per due importanti cause che aveva deciso di seguire personalmente.
Raggiunta l’aula, il Maresciallo ne aprì delicatamente l’uscio per entrare senza arrecare  disturbo  all’udienza  in  corso. L’aula “A” era la più grande del Tribunale, munita anche di apposita gabbia metallica per i detenuti in attesa di giudizio.
Pantano notò che si trattava di un’udienza collegiale: un magistrato togato presiedeva, seduto sullo scranno più in alto, coadiuvato da due Giudici Onorari Penali (G.O.P. in gergo), uno dei quali svolgeva anche le funzioni di giudice-relatore.
Il Presidente del collegio giudicante era un giovane di bassa statura che portava la barba, forse per dare l’impressione di essere un magistrato con più anni di esperienza di quelli effettivi. Il G.O.P-relatore era un soggetto obeso con la faccia da gufo, che scriveva concentrato con il capo chino sui fogli del verbale, respirando a fatica come se fosse affetto da enfisema polmonare. Alla destra del Presidente sedeva un giovane, sempre con tocco e toga, dall’aria simpatica, che Pantano da alcuni mesi incontrava spesso in tribunale, chiedendosi chi fosse a causa del suo strano abbigliamento; portava quasi sempre degli stivaletti a punta, “modello cowboy”, evidentemente in una improbabile versione quattro stagioni, come alcuni tipi di pneumatici per auto.
La causa in corso era giunta alla fine: il Presidente controllava con scrupolo la trascrizione del relatore-gufo, talvolta correggendola o integrandola con qualche  indicazione  supplementare. Dalle parole rivolte dal Giudice ad uno dei testimoni (un ispettore della Polizia di Stato), Pantano capì che si trattava di un caso di omicidio, nel quale erano implicati anche alcuni immigrati dai Balcani. Infatti, il Presidente spiegò all’ispettore che alla prossima udienza doveva essere presente anche l’interprete, autore della traduzione delle conversazioni in lingua madre tra i componenti della banda, intercettate dalla Polizia.
Chiuso il verbale, il Giudice chiese al relatore-gufo:
"Abbiamo finito per oggi?"
"No, Presidente, rimane la causa dell’investimento della capra, con l’escussione del brigadiere che fece il sopralluogo al momento dell’incidente e condusse le successive indagini"
"Rappresenta sempre lei il Pubblico Ministero, dottor Romano?" chiese il Presidente al Sostituto Procuratore che sedeva sul lato sinistro dell’aula, tra i banchi riservati alla Procura.
"Un attimo signor Giudice" rispose Romano.
Dopo aver brevemente confabulato con la sua assistente, un’attraente signora bionda di mezz’età che sfoggiava un décolleté vertiginoso, Romano si decise:
"Sì signor Presidente, anche se finora la causa è stata seguita da un mio vice."
Dopo averlo cercato con lo sguardo, Pantano aveva notato che Romano aveva rapidamente consultato un fascicolo, passatogli dalla sua assistente, nel frattempo che la Corte chiudeva il verbale della causa precedente. Più volte lo aveva visto alzare la testa in profonda meditazione, causata probabilmente anche da qualche perplessità sull’operato del proprio vice che era stato presente alle precedenti udienze. Meditazione che, invariabilmente, terminava tra le coppe a balconcino della sua assistente e che Pantano immaginò essere dotate di una forza di attrazione superiore a quella esercitata dal campo gravitazionale terrestre.
"Si chiama a deporre il brigadiere Tomasi" annunciò il Giudice-cowboy.
Si avvicinò e prese posto sul banco dei testimoni il brigadiere Tomasi, ora in pensione, ma in servizio all’epoca dei fatti (un paio di anni prima dell’arrivo di  Pantano), accorso  sul luogo dell’incidente e responsabile delle successive indagini.

Dopo la lettura, da parte di Tomasi, della formula di rito sull’obbligo di dire la verità nella propria deposizione, Romano alzatosi in piedi e parlando nell’apposito microfono, chiese conferma delle generalità all’ex-brigadiere; quindi, prese a leggere il rapporto redatto dallo stesso tre anni prima.
" “In data 04 Agosto 2014, alle ore 13:38, giungeva una chiamata di emergenza alla Caserma dei Carabinieri di Castelfranco Lucano, che informava di un incidente automoilistico accaduto in contrada Ficarelle. Io sottoscritto e l’appuntato scelto Cannavale Pasquale, a bordo di pattuglia automontata, ci recammo immediatamente in località segnalata, onde e per cui accertare la dinamica dell’accaduto. Giunti sul posto con la massima rapidità  consentita dalle stradine interne, pur con il lampeggiante in funzione e la sirena attivata, rinvenimmo un animale (in seguito identificato come capra di nome “Bianchina”, a causa del candore del mantello) riverso sull’asfalto. Il proprietario dell’animale (sig. Propato Antonio) e l’autista investitore (avvocato Pansetti Giulio Michele) discutevano animatamente, bloccando anche il traffico, in attesa del nostro arrivo. Non volendo alterare la scena del crimine, con l’insostituibile aiuto del collega appuntato scelto Cannavale, perimetrammo l’area con apposito nastro bicolore e bloccammo l’animale che, in stato confusionale, tentava di rialzarsi; questo per evitare che la scena del crimine venisse contaminata, compromettendo le successive indagini. Telefonammo quindi al veterinario di zona, dottor A. Celano, chiedendogli di raggiungerci immediatamente, per gli accertamenti medici del caso”."
A quel punto il  Giudice-Presidente interruppe il P.M. per chiedere precisazioni al teste:
"È presente in aula il vostro collega Cannavale?"
"Sì signor Giudice, siede in ultima fila, sul lato alla vostra destra" indicò con il dito indice il Brigadiere.
Tutti, incluso Pantano, si girarono nella direzione indicata dal teste, per ammirare un imbarazzato Cannavale che, all’insaputa del suo superiore, era sgattaiolato dalla caserma dietro di lui, per andare in tribunale, infrattandosi in luogo remoto.
Sentendosi osservato e notando forse lo sguardo accigliato di Pantano, Cannavale tentò di farsi piccolo piccolo, scivolando un po’ in avanti sulla sua poltrona. Contemporaneamente ed in rapida successione, gli si disegnò in volto un arcobaleno di colori: la tinta naturale virò prima verso un rosa acceso, mutando poi in rosso pompeiano, quindi in viola, per stabilizzarsi infine su un bianco-straccio, miscela di tutti i colori dell’iride.
"Quando scrive “pattuglia automontata”, che cosa intende esattamente?" chiese il Giudice-cowboy.
"Trattasi di auto di ordinanza, a trazione integrale, munita di autoradio per comunicazioni interne e apposito lampeggiante con sirena" rispose con pronta fierezza Tomasi.
"Ah..." commentò il G.O.P. e si accomodò sulla poltrona, con evidente delusione per la risposta.
Era infatti un accanito lettore di Nathan Never e, per un attimo, sentendo parlare di “pattuglia automontata”, aveva sperato in una sorta di esoscheletro potenziato, rigorosamente a due posti per rispettare le tradizioni dell’Arma, messo da poco a disposizione dei Carabinieri da qualche segreto centro di ricerche delle Forze Armate.
"Vada avanti, Pubblico Ministero" sollecitò il Presidente della Corte, evidentemente infastidito da quella causa.
" “Giunto sul posto dopo una mezz’ora dalla nostra chiamata, il dott. A. Celano, medico-veterinario, accertò la presenza di alcune ecchimosi e contusioni sul fianco sinistro dello animale, causate dall’impatto con l’auto, oltre ad un evidente stato di shock” " concluse la lettura Romano.
"Vi è poi l’informativa delle indagini condotte successivamente, sempre dal brigadiere Tomasi" proseguì il P.M.
" “Sulla base delle testimonianze raccolte, si è potuto accertare che intorno alle 13:30 la vittima si era separata dal resto del gregge al pascolo, per raggiungere la fontanella posta sull’altro lato della strada, cercando probabilmente refrigerio dalla calura estiva. Durante l’attraversamento venne investita dall’auto dell’avvocato Pansetti, una Lancia Delta che, sulla corsia in salita, viaggiava a circa 50 km/ora. Nei mesi successivi, la povera bestia, a causa del trauma subito, non è stata più la stessa: vagava senza meta, si separava dal gruppo, non rispondeva più ai richiami del padrone. Tanto che questi, circa un anno dopo l’accaduto, dovette abbatterla” ".
Dopo che il Brigadiere ebbe confermato in tutto i suoi verbali di sopralluogo e di indagine, il Presidente chiese al P.M.:
"Quali sono le richieste della Procura?"
"Condanna  per  tentata  uccisione  dell’animale, lesioni aggravate e danni irreversibili, ai sensi dell’articolo 638 del Codice Penale, con ritiro della patente per l’imputato" lesse dal fascicolo Romano, con qualche incertezza.
"La parte civile ha della domande da fare al teste?"
A quel punto si alzò dal banco dell’accusa tale avvocato Enzo De Petiis (leggere “Peziis”, con la pronuncia in latino) Dellacorte, il quale inforcando gli occhiali e aggiustandosi la toga sulle spalle, con aria grave chiese al teste:
"Lei mi dice che ricevette la chiamata di emergenza alle ore13:38 del 04 Agosto 2014? Può confermare l’ora?"
Come se dalla precisione temporale potesse dipendere l’esito positivo della causa per il suo assistito, il signor Propato, proprietario della compianta Bianchina.
Il quale assistito, seduto a due posti di distanza dal suo avvocato, chiese a voce alta:
"Avvocà, e che domanda è questa qua?": villico sì, ma fesso no.
Il Giudice, già a disagio per quella farsa, battè forte con il martelletto, ammonendo la parte lesa:
"Signor Propato, la parola è all’avvocato De Petiis e lei non può parlare."
Sorpreso e frastornato dal colpo del martelletto, Propato si voltò a guardare l’assistente del De Petiis, una donna il cui viso rossiccio cosparso di efelidi era sormontato da una massa informe di capelli a cespuglio, dinamica come un cartello stradale e affascinante come una cambiale; finché De Petiis, allungando il braccio, lo fece rigirare verso la Corte, spiegandogli che in realtà il Giudice si era rivolto proprio a lui.
Intimidito ed anche un po’ offeso per essere stato apostrofato con un pronome femminile, il Propato abbassò lo sguardo e dovette sorbirsi rassegnato le fregnacce che il suo avvocato, da fine dicitore qual’era, regalò senza lesinare alla Corte ed ai presenti in aula, per diversi minuti.
Avvocato di chiara fama, il De Petiis era infatti anche studioso di letteratura giuridica; tanto che si era segnalato come curatore dell’opera omnia in quattro volumi Il Diritto  penale italiano: da Beccaria al Codice Vassalli; co-autore di memorabili testi sulla storia del Diritto, quali Esegesi del Corpus juris civilis di Giustiniano (testo latino a fronte, con riproduzione di miniature medievali, pubblicato a fascicoli e distribuito anche in edicola) e Alle origini della common law: ermeneutica della Magna Charta di Giovanni Senzaterra.
Opere che gli erano valse la nomina a presidente di giuria del prestigioso premio letterario internazionale I Capanni di Pezzo La Corte.
Osservandolo bene, Pantano notò che Propato indossava pantaloni, panciotto e giacca di fustagno verde scuro, su una camicia di flanella a quadrettoni; abbigliamento che, data la temperatura primaverile sopra la media stagionale e l’affollamento dell’aula, doveva produrre un micidiale “effetto serra” sulla traspirazione del povero cristo.
Ipotesi suffragata anche dalla distanza di sicurezza alla quale si teneva il suo avvocato, l’ineffabile De Petiis Dellacorte; distanza ulteriormente amplificata dall’angolo di natural declivio, di una quindicina di gradi rispetto alla verticale, che caratterizzava la postura sui generis del De Petiis, rendendolo simile ad un cammello; forse anche a causa della calappia prominente che ne marcava il profilo greco del tardo secolo.
Fu quindi la volta per la Difesa di contro-interrogare.
Si alzò un vecchio avvocato di nome Gioacchino Luglio, famigerato ma efficace teatrante del Foro, il quale, dopo una pausa meditativa di qualche minuto, sottolineata dalla mano aperta che sosteneva la fronte pensierosa, chiese infine al Brigadiere:
"Lei ha detto che, per non alterare la scena del crimine, bloccaste l’animale investito mentre cercava di rialzarsi. Può precisare come operaste lei ed il suo collega Cannavale?"
Agitandosi a disagio sulla poltrona dei testimoni, il Brigadiere timoroso rispose:
"Bloccai le zampe della vittima con le manette di ordinanza, mentre l’appuntato scelto  Cannavale la immobilizzava con forza."
A quel punto uno scroscio di risa non più contenute risuonò nell’aula e, solo dopo molte martellate, il Giudice riuscì a riportare la calma, intimando all’avvocato della Difesa:
"Avvocato Luglio, le chiedo di concludere rapidamente."
"Ricapitolando, vostro Onore: i due militari tennero bloccato con le manette, sull’asfalto rovente, il povero animale vagante (sottolineò l’aggettivo “vagante” per far comprendere che il proprio assistito se l’era trovato improvvisamente davanti). Sotto il sole di Agosto, intorno alle due del pomeriggio, senza provvedere a ripararlo dal sole, senza somministrargli alcun genere di conforto, fosse pure una semplice ciotola di acqua per evitarne la disidratazione. Chiedo che alla prossima udienza sia chiamato a deporre il medico-veterinario dott. Celano, per chiarire, da esperto, quali effetti possa avere avuto tale insolita e deplorevole condotta."
"Richiesta  accolta" decise rapidamente il Giudice, che non vedeva l’ora di uscire da quell’incubo.
Prima di raggiungere Romano, all’altro lato dell’aula, Pantano si avvicinò al banco della parte offesa per ascoltare il fitto conciliabolo tra De Petiis e Propato, mentre permaneva inalterato lo stato catatonico della “vivace” assistente dell’avvocato.
Il Maresciallo riuscì ad afferrare l’ultima domanda che l’assistito rivolse al suo avvocato di parte civile:
"Che dite avvocà, come sta andando la causa?"
"Caro Antonio, dopo quest’ultima richiesta della Difesa, inaspettata ancorché ultronea, la causa è in bilico: la possiamo ancora vincere, ma potresti pure perderla" sentenziò saggiamente De Petiis Dellacorte, dopo acuta riflessione, citando il famoso “brocardo di Santarcangelo”.


1 commento: