sabato 6 giugno 2020

6 - A Serena Mollicone, alla sua famiglia

Questo post, diversamente dai precedenti cinque, rientra nella categoria "Dintorni" del titolo di questo blog.

L'altro giorno, guardando il TG nazionale su un canale della RAI, ho appreso della morte del padre di Serena Mollicone. Per qualche secondo l'operatore della RAI ha indugiato su immagini di repertorio che inquadravano in primo piano questo sfortunato signore; forse influenzato dal commento fuori campo del giornalista che ne riassumeva le tristi vicissitudini, mi è parso di vedere la faccia di un uomo roso da un dolore immenso che quanto prima lo avrebbe portato a ricongiungersi alla sua figliola.
Questi i fatti.

Il 1° Giugno 2001, la giovane ragazza di Arce, in provincia di Frosinone, scomparve misteriosamente; il suo corpo venne trovato due giorni dopo, da una squadra della Protezione Civile, nel boschetto di Fonte Cupa, a pochi chilometri da Arce, "in una zona già ispezionata il giorno precedente da alcuni carabinieri, che non notarono nulla. Il corpo era stato adagiato in posizione supina in mezzo ad alcuni arbusti, coperto con rami e fogliame, per poi essere nascosto dietro un grosso contenitore metallico abbandonato. La testa, sulla quale era presente una vistosa ferita vicino all'occhio sinistro, era stata avvolta da un sacchetto di plastica, mentre le mani e i piedi erano legati con scotch e fil di ferro. Naso e bocca erano stati avvolti da diversi giri di nastro adesivo, il che dovette causarle la morte per asfissia dopo una lunga agonia" (da Wikipedia).

Dopo sette anni di indagini che non approdarono a nulla, "l'11 Aprile 2008, sparandosi con la pistola d'ordinanza, si uccise nella sua auto il carabiniere di Arce, Santino Tuzi. Pochi giorni prima, ascoltato dalla Procura, il brigadiere Tuzi aveva dichiarato agli inquirenti che intorno alle 11 del 1º Giugno 2001, nella caserma di Arce era entrata una ragazza – verosimilmente Serena – e che fino a quando era rimasto in caserma, ovvero fino alle 14.30, Serena non era uscita da lì. Il suicidio del brigadiere Tuzi suscitò più di un dubbio per la sua anomala dinamica".

Nel Giugno 2011 vennero iscritti nel registro degli indagati, con l'accusa di omicidio  volontario e occultamento di cadavere, l’ex maresciallo Franco Mottola, sua moglie e suo figlio Marco.
Nel 2018 venne rivelato che la perizia effettuata dal RIS, sulla salma di Serena e sul nastro adesivo con cui era stata legata e imbavagliata, confermerebbe che l'omicidio avvenne nella caserma dei carabinieri di Arce. Nel Novembre dello stesso anno, il maresciallo Franco Mottola, la moglie Annamaria e il figlio Marco, indagati per l'omicidio di Serena, nominarono come loro consulente il criminologo Carmelo Lavorino, il quale contestò sia le conclusioni della professoressa Cattaneo, sia quelle del ROS e del RIS; Lavorino mise in primo luogo in discussione che l'arma del delitto fosse la porta della caserma dei Carabinieri di Arce, così come ipotizzato dagli inquirenti (su uno stipite della porta, la testa di Serena sarebbe stata sbattuta violentemente).
Nell'Aprile 2019 si sono chiuse le indagini con la richiesta di rinvio a giudizio di 5 persone tra cui 3 carabinieri. Il maresciallo Franco Mottola, la moglie Annamaria e il figlio Marco sono accusati di omicidio aggravato. Il sottufficiale Vincenzo Quatrale è indagato per concorso in omicidio ed il carabiniere Francesco Suprano per favoreggiamento. Secondo la ricostruzione del delitto, a colpirla sarebbe stato il figlio di Mottola, Marco, probabilmente facendo sbattere la testa di Serena contro una porta all'interno della caserma.
Sinceramente mi ha dato molto fastidio vedere rappresentanti dell'Arma dei Carabinieri presenti al funerale del padre di Serena, perché, per mia esperienza personale, l'Arma tende quasi sempre a proteggere i componenti della confraternita, tranne poi buttarli a mare e costituirsi parte civile quando il caso diventa di dominio pubblico e oggettivamente indifendibile (vedi caso Stefano Cucchi).
Molte volte ho dovuto ricordare ai carabinieri con i quali mi sono imbattuto che devono fare il loro dovere, visto che percepiscono uno stipendio pagato dai cittadini italiani che lavorano onestamente. Ho dovuto ricordare (o insegnare) loro che l'Italia repubblicana non è stata certamente fatta dall'Arma dei Carabinieri, spesso collusa con il regime fascista.
I carabinieri onesti e capaci ci sono, una piccolissima percentuale sul totale l'ho incontrata anche io, ma spesso sono silenziosi e lasciano il campo libero a veri delinquenti che abusano della loro posizione, pensando che tutto gli è consentito dalla protezione della divisa; tranne poi mostrare incredibile superficialità e impreparazione in "missioni di pace" in territorio di guerra, come nel caso di Nasirya.
Infine, quei pochi onesti silenziosi, quando interrompono il silenzio e cominciano a parlare, spesso fanno la fine del brigadiere Tuzi.



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