sabato 13 giugno 2020

7 - Simul stabunt vel simul cadent - parte prima

Insieme staranno oppure insieme cadranno

Con questo post inizia il racconto in tre puntate di una mia personale triste vicenda, fortunatamente a lieto fine, con il quale cercherò di esemplificare come le norme costituzionali e le leggi che ne derivano, in particolare quelle sul giusto processo, possano incidere nella realtà e ci consentano di rispondere adeguatamente a soprusi e ingiustizie, limitando le nostre sofferenze.
Il titolo allude alla perversa sintonia che talvolta si viene a creare tra apparati corrotti e delinquenziali dello Stato, a torto confusi con lo stesso Stato, il quale coincide, invece, con l'insieme dei cittadini sovrani, come recita la nostra Costituzione.
Proprio come nel fenomeno fisico della sintonia o risonanza (elettromagnetica e acustica), quando figuri di un certo tipo si incontrano, amplificano la loro maligna protervia a scapito di inermi cittadini; ai quali, se nel giusto, non resta che difendere i propri diritti inviolabili appellandosi alle leggi della nostra Repubblica (vi è anche la strada della risposta violenta, come extrema ratio, ma ovviamente da evitare, a meno che non vi siano alternative, come accaduto durante la resistenza al regime fascista).
Nella prima parte descrivo i fatti all'origine del processo penale a mio carico, nella seconda riassumerò i fatti salienti del processo, nella terza illustrerò quei principi e quegli articoli del Codice di Procedura Penale vigente che mi hanno consentito di uscire da una situazione molto grave.

Agosto dell'anno 2014
Il mio affettuosissimo (oltre che simpatico e bello) nipote (all'epoca di tredici anni) viene a trovare mia madre, ammalata terminale di tumore, purtroppo scomparsa pochi mesi dopo, nel Gennaio del 2015.
Un giorno conduco mio nipote con me in bici a fare la spesa nel locale supermercato di un noto marchio italiano; parcheggiamo le bici nel cortile di ingresso del supermercato, facciamo i nostri acquisti, che deponiamo nei cestini delle biciclette, quindi riprendiamo a pedalare sulla via di casa (tragitto di circa 1,5 km).
A circa 400 metri da casa, su un tratto in leggera salita di una strada statale che è tangente al centro abitato, il ragazzino mi avvisa che non riesce più a pedalare, perché qualcosa si è bloccato nel meccanismo di trasmissione a catena della bicicletta. Gli dico di accostare al bordo della carreggiata e di scendere dalla bici, come faccio anche io. Esaminando la bicicletta, mi accorgo che il bullone che fissa la ruota posteriore al telaio della bici si è completamente allentato e la ruota non si è sfilata solo grazie alla presenza dei numerosi rocchetti e del rinvio-catena del cambio di velocità (nelle stesse condizioni, la ruota anteriore, che è priva di tale meccanismo, si sarebbe sfilata, con le gravi conseguenze che è facile immaginare).
Riavvito il bullone e riprendiamo a dirigerci verso casa, però a piedi, spingendo le bici, perché l'incidente mi ha preoccupato, sebbene non abbia ancora realizzato la possibile causa che lo ha prodotto.
Tornati a casa e riposti gli acquisti, lascio mio nipote con la nonna e scendo in magazzino, dove tengo le biciclette; esamino con attenzione la bicicletta di mio nipote, provo a vedere se è possibile che si sia trattato di un allentamento accidentale e mi accorgo invece, data la salda tenuta del collegamento con il telaio della bicicletta, che deve essersi trattato di un vero e proprio sabotaggio, anche se non riesco a comprenderne i motivi.
Telefono allora alla locale Stazione dei Carabinieri per denunciare il fatto che, solo grazie a condizioni fortuite (strada in salita, bassa velocità, tenuta del meccanismo posteriore del cambio di velocità), non ha prodotto seri danni al ragazzino.
Siamo in periodo estivo e il comando, ahimè, è affidato ad interim ad un soggetto con il quale ho già avuto da dire; il milite in questione, dopo aver capito chi sono, comincia a farmi difficoltà, sostenendo che io non ho alcun diritto di sporgere denuncia, non essendo il genitore del ragazzino. 
Solo dopo la mia decisa presa di posizione e avviso di mia denuncia anche nei suoi confronti per omissione, si decide a fissarmi appuntamento di lì a poco in Caserma, per verbalizzare la mia denuncia contro ignoti. 
Nel frattempo, come ho appurato in seguito, avvisa il comando di un vicino paese e chiede rinforzi, per poter effettuare un sopralluogo presso la mia abitazione, dove è riposta la bicicletta. Sopralluogo che compie, dopo aver verbalizzato ob torto collo la mia denuncia, insieme con il suo collega che ha chiamato a rinforzo, essendo io "già noto a quella Stazione" (così è scritto nella sua informativa, che lessi poi negli atti del processo) come persona che arrecava disturbo con le sue continue denunce, a suo dire prive tutte di fondamento.
Nella sua informativa, il milite noto si riferisce a fatti ben precisi, che però evita di citare nel documento da lui redatto e trasmesso alla Procura:
1) una mia denuncia per occupazione abusiva, da parte dell'Amministrazione Comunale, di un terreno mio padre, che dista poco più di un chilometro dalla Caserma; in quattro anni, il milite non aveva trovato il tempo di effettuare un sopralluogo, come richiesto dalla competente Procura che lo aveva delegato per le indagini del caso;
2) una mia denuncia per la mancata realizzazione, con fondi pubblici per diversi milioni di euro, di opere infrastrutturali (vie di fuga e spazi di raccolta di primo soccorso in caso di terremoto, tuttora non realizzati) per ridurre la vulnerabilità sismica dell'abitato (fondi distratti, pare, per l'ampliamento del cimitero comunale, tanto che avevo fatto presente agli organi preposti, che quei fondi erano destinati a evitare danni e morte dei cittadini, non a trovare loro un alloggio definitivo nella "città in negativo");
3) una mia decisa protesta quando, dopo avermi fissato un appuntamento in Caserma per la verbalizzazione di una delle tante denunce contro l'Amministrazione Comunale, voleva rimandarmi indietro perché impegnato in altro: non poteva egli occuparsi contemporaneamente di due vicende, non possedendo il dono dell'obliquità (testuale, per cui da allora mi riferii sempre a lui come all'Obliquo).
Per chiudere questa prima parte e dare un'immagine vivida del personaggio che sembra uscito da una barzelletta sulla Benemerita, basti pensare che usava scrivere con una penna composita di sua invenzione: con un lavoro di fino, degno della meccanica di precisione, aveva unito due penne mediante nastro adesivo, disponendole a punte contrapposte, in modo che ruotando rapidamente la sua creazione di 180°, poteva scrivere il testo in nero e le correzioni in rosso (l'opera esiste ancora presso la Caserma, non avendo avuto il coraggio, i suoi colleghi, di distruggere una tale creazione del design italiano, che pone di diritto l'Obliquo accanto a Bruno Munari e a Marco Zanuso).
Infine, in una sua informativa, sempre relativa ad una mia denuncia, aveva scritto che "si era recato sul posto a bordo di una pattuglia automontata"; a lungo ho riflettuto sulle possibili caratteristiche di tale mezzo, se figura mitologia metà Carabiniere e metà automobile o esoscheletro potenziato da lui indossato per amplificare le sue capacità motorie: non avendo trovato alcun riscontro, il dubbio permane. 

Comico ma maligno e pericoloso, brigò con le sue "indagini, trascrizione di un video [fantomatico - si vedano i successivi post] e informative riservate", per farmi ottenere un bel rinvio a giudizio nel Dicembre del 2014, con l'accusa di Simulazione di reato (art.367 del Codice Penale); il tutto nel tempo rapidissimo di pochi mesi, a confronto con i quattro anni di stallo per il sopralluogo nel terreno di mio padre vicino alla Caserma, la cui occupazione abusiva da parte del Comune era stata da me denunciata (vedi sopra, punto_1).
alla prossima puntata

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